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Stralci di colonialismo...

Storia. Fino al XIX secolo il continente africano presentava solo forme di colonialismo commerciale, diffuso lungo le coste.  L'unica entità politico-amministrativa coloniale, sia pure in senso lato, era costituita dall'impero ottomano, che si estendeva lungo tutto il bacino meridionale del Mediterraneo, fino a lambire il Marocco. Esistevano poi vari stati africani indipendenti, taluni meri aggregati di tribù, altri autentiche entità politiche dall'antica e gloriosa civiltà. Dai primi viaggi di Mungo Park all'interno dell'Africa occidentale (1795-1806), lo studio geografico del continente procedette a un ritmo serrato: grazie agli sforzi di numerose spedizioni  la conoscenza delle risorse interne e delle principali vie di comunicazione fluviale, sul finire del secolo, poté dirsi completata. Nel frattempo l'interesse di Francia e Gran Bretagna per l'entroterra mediterraneo aveva propiziato i primi insediamenti coloniali. Nel 1830 Carlo X di Francia decise l'occupazione dell'Algeria, fino ad allora sotto il controllo ottomano. L'idea del governo di Parigi era quella di ricostruire l'Africa romana: in questa prospettiva si inserì nel 1881 l'occupazione della Tunisia, che costò tuttavia alla Francia la rinuncia al controllo sull'Egitto, passato in mano britannica. Nell'ultimo ventennio del XIX secolo, la Terza repubblica, a partire dai governi Ferry, accrebbe immensamente i possedimenti africani: il Senegal, la Costa d'avorio, il Gabon, il Dahomey, il Ciad e parte del Congo e l'isola di Madagascar. L'interesse britannico per gli affari africani cominciò, invece, con l'inaugurazione del canale di Suez nel 1869, che abbreviava notevolmente i collegamenti con l'India, la "perla" dell'impero. Nel 1875 il primo ministro Disraeli acquistò dal khedivé d'Egitto, Ismail Pascià, le azioni della compagnia del canale possedute da quel governo. Nel 1882 la Gran Bretagna si offrì di reprimere una rivolta nazionalista in nome del khedivé, che diveniva il capo di un governo fantoccio nelle mani di Londra. In Sudan, tuttavia, scoppiò una grande e sanguinosa insurrezione antibritannica guidata dal Mahdi Mohammed Ahmed, repressa da lord Kitchener solo nel 1898. Più complessa la situazione nell'Africa del sud, dove la penetrazione verso l'interno, avviata a partire dalle colonie britanniche del Capo e del Natal, incontrò la resistenza dei coloni bianchi di origine olandese, i boeri, da tempo present nell'Orange e nel Transvaal. In base alle aspirazioni dell'imperialismo vittoriano, i territori britannici avrebbero dovuto estendersi dal Capo al Cairo. Questo progetto fu frustrato dalla Germania guglielmina che, entrata tardi nel novero delle potenze coloniali anche a causa della scarsa propensione del cancelliere Bismarck per le avventure extraeuropee, riuscì tuttavia ad assicurarsi, tra il 1884 e il 1889, il Togo, il Camerun, l'Africa del sudovest e l'Africa orientale.  Grazie all'intervento di Bismarck il Congo fu assegnato in possesso personale al re del Belgio, Leopoldo II, mentre al Portogallo restavano Angola e Mozambico.

Faccetta nera. L'Italia, che aveva acquistato la baia di Assab dalla Società Rubattino nel 1882, mosse i primi passi alla conquista dell'Eritrea nel 1885, occupando Massaua. Dopo la sconfitta di Dogali (1887), i tentativi di espansione ripresero con Crispi che nel 1889, con il trattato di Uccialli, otteneva dal negus etiopico Menelik il riconoscimento dell'avvenuta annessione dell'Eritrea. I tentativi diplomatici di Roma per affermare il protettorato italiano sull'intera Abissinia si esaurirono nel 1891; Crispi decise allora di usare la forza, inviando in Africa un forte contingente militare col compito d'intraprendere la conquista del territorio. La disfatta di Adua (1° marzo 1896) indusse il governo a una rapida ritirata, rimandando di fatto di un quarantennio, in pieno regime fascista, l'occupazione dell'Abissinia (1935-1936). Nel 1911-1912 la crisi dell'impero ottomano consentì al governo Giolitti di sbarcare in Tripolitania e di creare in Libia una colonia italiana. Nel 1935-1936 l'Italia fascista creò l'ultimo impero coloniale della storia, invadendo l'Etiopia, perduta, come tutte le altre colonie, alla fine della seconda guerra mondiale. 

Antimperialismo. Ogni nazione capitalistica, per evitare il fenomeno della sovrapproduzione di merci, causato dal fatto che la produzione è meccanizzata e non risponde ad esigenze riproduttive ma ad accumulare profitti, in quanto la proprietà dei mezzi produttivi è privata, ha bisogno di colonie ove esportare i propri manufatti, e ha altresì bisogno di acquistare materie prime a buon mercato e di sfruttare una manodopera a basso costo, al fine di reggere la concorrenza di altri paesi che da tempo hanno intrapreso la stessa strada dello sviluppo capitalistico.Quando una nazione diventa "imperialistica", scatta subito, a livello di politica economica interna, l'esigenza di proteggere le proprie merci dalla concorrenza straniera: è il fenomeno del "protezionismo".Oltre a questo si assiste a una progressiva concentrazione della produzione nelle mani di pochi gruppi o cartelli industriali monopolistici (trust) e a una progressiva centralizzazione dei capitali nelle mani di pochi istituti finanziari. Sia gli uni che gli altri gruppi hanno dimensioni enormi.

Chiesa e colonialismo. La Chiesa cattolica è stata aspramente criticata per la tolleranza al colonialismo europeo durante il periodo della scoperta delle Americhe. Essa tuttavia cercò di influenzare le potenze coloniali in modo che il movimento di scoperta avesse come fine principale l'evangelizzazione dei nuovi popoli e non lo sfruttamento. Tuttavia si trovò, almeno all'inizio, a tollerare pratiche anticristiane come la schiavitù. Una prima ferma condanna della schiavitù dei neri fu emanata da papa Urbano VIII il 22 aprile del 1639. Nei fatti, la lotta contro la schiavitù fu portata avanti dagli ordini missionari e in particolar modo dai Domenicani, già un secolo prima durante l'evangelizzazione dei nativi americani. Una chiara e definitiva posizione contro il colonialismo dei tempi moderni è invece offerta dall'enciclica Mater et Magistra del 1961, un pilastro della Dottrina sociale cristiana

Missionari per l'Africa. Spesso pensiamo che il problema della terra sia tipicamente latinoamericano. Scopriamo invece che sta assumendo toni drammatici anche in Africa. Il Kenya ne è un esempio lampante. In un paese come il Mozambico, dove multinazionali e boeri stanno comprando enormi appezzamenti di terreno, è diventato oggi un dramma nazionale. Per noi a Korogocho la terra è il problema centrale. Abbiamo riflettuto a lungo con un gruppo di lavoro che si incontra mensilmente. Abbiamo preparato una lettera che servisse di riflessione per i vescovi del Kenya, i quali l'hanno presentata all'incontro degli episcopati dell'Africa che si è tenuto in Sudafrica nel mese di settembre 1997. Lo stesso tema è stato accolto nell'agenda dei lavori anche dalla Conferenza continentale delle chiese protestanti d'Africa (AACC), nella riunione dell'ottobre 1997 ad Addis Abeba.
È importante che le chiese inizino a riflettere in chiave biblica, etica ed evangelica sul tema della terra e sulla sua importanza per l'Africa. "Noi pensiamo che la chiesa sia il solo punto di riferimento al quale la gente può rivolgersi per un aiuto - abbiamo scritto nella lettera. - La chiesa è depositaria di una lunga tradizione profetica che va da Mosè a Gesù. La terra è centrale nell'alleanza di Mosè: la terra di Dio deve essere a beneficio di tutti e non di pochi. Quando il sogno di Dio è stato tradito, soprattutto sotto la monarchia, i profeti hanno messo sotto accusa lo status quo che favoriva i ricchi a spese di molti morti di fame. E Gesù, depositario di questa forte tradizione profetica, rilancia il sogno di Dio".
Nel frattempo abbiamo agito localmente favorendo l'aggregazione delle baraccopoli di Nairobi per la lotta per la terra. Il 26 settembre 1997 abbiamo assistito ad un vero miracolo: oltre un migliaio di persone, in rappresentanza di 45 baraccopoli della capitale, si sono ritrovate in centro città per lanciare il loro manifesto sulla terra. Era commovente vedere i volti dei baraccati decisi a lottare (sono in due milioni a dover vivere nell'un per cento della terra disponibile a Nairobi e che appartiene al governo).
Sono decisi a raccogliere un milione di firme da portare al governo perché riconosca loro il diritto alla terra dove risiedono. Al grido Umoja ni silaha ya maskini (L'unità è l'arma dei poveri), i baraccati hanno cantato, protestato, gridato per un'intera giornata! È davvero l'inizio di un'alleanza fra tutti i baraccati di Nairobi che rivendicano il diritto alla terra. Ma è anche la lotta di tutto un continente dove c'è così tanta terra, ma purtroppo nelle mani di pochi!

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